Il progetto

Il progetto Belvedere è prima di tutto un progetto di comunità, dove i codici e i linguaggi dell’arte contemporanea vengono utilizzati per recuperare e ricostituire un rapporto sostenibile tra ambiente naturale, ambiente culturale e ambiente sociale.

Sono state le arti visive a guidare l’evoluzione nel tempo del concetto di paesaggio. La pittura in particolare, fino al secolo scorso, fissando sulla tela gli aspetti visibili, ha definito il panorama ideale comprendendo però solo una parte della veduta. Il paesaggio diventa così sinonimo di panorama, indirizzando la veduta di un territorio da un determinato punto di visuale. 

Intervenire in un luogo ad alto valore paesaggistico, come il Belvedere, non richiede semplicemente di attrezzarlo, ma di rimodularlo, insieme alla comunità che lo abita, come un elemento integrante del paesaggio e non come semplice dispositivo per guardare altrove; un luogo in grado, quindi, di integrarsi in continuità con l’ambiente naturale che lo circonda.

Dopo una serie di scambi di saperi tra i residenti del villaggio è nata la necessità di rivolgersi  a Francesco Careri, un artista e architetto di fama internazionale esperto nelle pratiche della progettazione partecipata dal basso.

Attraverso una serie di residenze, Francesco Careri ha incontrato la nostra comunità, coinvolgendola in una serie di attività che hanno permesso a tutti i residenti di esprimere la loro idea sulla riqualificazione del Belvedere.

Nella progettazione sono state accolte tutte le necessità che gli abitanti hanno espresso durante questi incontri:

  • utilizzo prevalente di materiali naturali come la pietra e il legno;
  • nessuna costruzione con fondamenta e nessun utilizzo di cemento;
  • messa a livello di tutta l’area e messa in sicurezza del bordo della scarpata;
  • disposizione circolare delle sedute, in modo che possano ricordare le capanne delle riunioni nuragiche;
  • possibilità di stare sdraiati per riposare e/o contemplare il cielo;
  • permettere ai mezzi antincendio di effettuare le necessarie manovre;
  • incrementare la flora tipica;
  • una seduta, nel punto più panoramico, pensata anche per la lettura di un libro;
  • una struttura, nel punto più panoramico, pensata come se fosse un balcone;
  • la possibilità di ascoltare il silenzio e il suono della natura;
  • la possibilità di sdraiarsi;
  • la possibilità di inserire elementi amovibili come una pedana per gli spettacoli o uno schermo per proiezioni;
  • dedicare un monumento (ai margini dello spiazzo ma visibile anche dal sentiero) e la disposizione di sette elementi in ricordo del cavallo Bosano, sepolto dai minatori proprio nel Belvedere. Il monumento deve essere un legno scolpito dalla natura, senza alcun intervento umano, che ricordi la testa di un cavallo. Il cavallo era noto per non potare più di sette carrelli, anche se vuoti, quindi era in grado di contare il numero dei rintocchi che facevano uno sull’altro.

Il risultato finale è un’opera d’arte comunitaria capace di restituire al luogo la sua memoria, attuando però un cambiamento di paradigma: artefice di secoli di sfruttamento minerario, l’uomo ha mutato il suo ruolo, riconoscendosi come parte della natura e assumendosi la responsabilità della sua difesa e salvaguardia.

Un’opera d’arte collettiva dove tutti gli abitanti del villaggio sono artisti e architetti così come lo furono i costruttori di nuraghi, ma se le mura dei nuraghi dividevano e separavano, qui il cerchio ospita, accoglie, unisce e si apre verso il cielo e il paesaggio circostante.
Un luogo in cui non serve né l’energia elettrica né il WiFi perché sono altre le energie e le connessioni in campo.