Archeologia

L’associazione Villaggio Normann si avvantaggia, in questa materia, del qualificato apporto dell’Università degli studi di Cagliari e in particolare del Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali con il quale collabora in un’azione comune su “Archeologia globale e di comunità degli ambiti minerari” e su altre attività nell’ambito dell’archeologia mineraria.

Delegazione congiunta di archeologi delle Università di Cagliari, della Monash University di Melbourne e dell'École française de Rome.

L’Iglesiente è terra antica. Lo è dal punto di vista geologico ma anche per l’attività umana di cui sono sopravvissute tracce importanti nonostante la devastazione causata dai successivi scavi minerari.

Sono giunte fino a noi centinaia di “fosse” ma anche il Breve di Villa di Chiesa, un codice legislativo del XIII secolo custodito nell’archivio storico del Comune di Iglesias. Il Breve, nel quarto libro, disciplina la materia minero-metallurgica fornendo un ampio ventaglio di informazioni che lasciano poco spazio all’immaginazione e aiutano a leggere correttamente i reperti giunti fino a noi.

Sul monte San Giovanni non c’è galleria mineraria ottocentesca o novecentesca che non incontri antiche gallerie medievali o grotte con testimonianze della presenza umana in epoca preindustriale. Le cosiddette fosse pisane sono state oggetto di una radicale azione di messa in sicurezza da parte della società IGEA che ne ha chiuso una grande quantità soprattutto nell’altopiano di Seddas is fossas. Attorno al villaggio Normann sono sopravvissuti diversi accessi al sottosuolo immediatamente riconoscibili dalla mancanza di linearità conseguente alla modalità di sfruttamento della vena e dalla tecnica di scavo basata sull’utilizzo del fuoco (fire-setting).

Nel monte San Giovanni, sebbene esistano evidenze di epoca nuragica e successivamente di epoca romana, le testimonianze remote più evidenti e comprensibili sono quelle medievali.

Nel Breve di Villa di Chiesa si descrive il Monte Barlao (l’attuale Monte San Giovanni), l’organizzazione e le tecniche del lavoro, le gerarchie sociali e il funzionamento della zecca in cui si coniarono monete realizzate con l’argento estratto da queste miniere.

Tornese
La prima moneta coniata  nella zecca di Villa Ecclesiae fu un grosso tornese con stemma dei Donoratico. Venne emessa tra il 1295 e il 1301 per volontà di Guelfo della Gherardesca, figlio del più famoso conte Ugolino della Gherardesca.

 

Tornese

Aquilino
Una volta che Villa Ecclesiae passò sotto il controllo diretto della Città di Pisa, il tornese venne abrogato e sostituito con l’aquilino, equivalente al grosso pisano allora in circolazione. L’aquilino venne coniato dal 1301 al 1324.

 

Aquilino
Alfonsino
A seguito dell’assedio del 1324, l’attività mineraria e la stessa zecca passarono sotto il controllo degli aragonesi che imposero una nuova moneta: l’Alfonsino Reale o grosso Alfonsino. Questa moneta venne coniata dal 1336 fino al 1387.

Alfonsino

Nel 1354 la zecca di Villa di Chiesa venne abbandonata in favore di quella di Cagliari.

Del periodo aragonese, fallimentare dal punto di vista dell’attività economica e in particolare quella mineraria, non c’è molto materiale in quanto limitarono l’estrazione minerale ai quantitativi minimi di galena necessari alla realizzazione delle ceramiche.

Alcuni tentativi di coltivazione nel monte San Giovanni furono espediti nei secoli successivi ma per assistere a una vera ripresa, se non proprio alla rifondazione, dell’attività mineraria nell’iglesiente si dovette attendere la cessione della Sardegna ai Savoia. Questi, tentata la gestione governativa, affidarono le miniere sarde a diversi concessionari che si limitarono a ricavare profitto effimero dai giacimenti affioranti.

A dare una svolta ai processi estrattivi e di trasformazione del minerale fu la nuova legge mineraria che attrasse le società inglesi, belghe, francesi e italiane (liguri e piemontesi) che, fin dalla seconda metà del 1800, portarono capitali e competenze fino ad allora assenti, trasformando le tecniche e i processi di produzione del lavoro ma anche il paesaggio e la mentalità degli abitanti. Il patrimonio di archeologia industriale è straordinario perché testimonia la trasformazione radicale di questi luoghi dal punto di vista architettonico, tecnologico, economico, antropologico e sociale.

La velocità con cui si sono succeduti i processi estrattivi rende difficile leggere la stratificazione dei materiali, spesso riconvertiti ad altro uso, smontati per poter essere venduti o riusati, demoliti per far spazio a nuove necessità o letteralmente seppelliti da discariche di residui di lavorazione.

Cisterna medievale al servizio di una fossa pisana