Storia

Storia del Villaggio Normann

Bambine in posa. Sullo sfondo Normann vista dal piazzale della galleria Peloggio (1932)

Il villaggio prende il nome dall’ing. Edward Normann, direttore della miniera negli anni compresi tra il 1867 e il 1881 e scopritore dell’omonimo giacimento.

La storia

Difficile ricostruire la storia esatta di questo pugno di case immerse tra i pini e i lecci che, in origine, dovevano ospitare uffici e magazzini della società mineraria e la residenza di alcuni impiegati. 
Con il passare del tempo gli uffici si sono trasferiti a valle presso la miniera di San Giovanni dove si era spostata la principale attività produttiva e gli immobili esistenti si sono trasformati in abitazioni.

A queste se ne sono aggiunte altre e il minuscolo villaggio ha conosciuto anche i primi servizi. La società Gonnesa Mining Company Ltd, applicando la regola allora vigente della separazione tra classi, destinò il villaggio ai dirigenti e i quadri, lasciando ai minatori le case operaie nella vicina miniera di San Giovanni e del borgo operaio di Bindua, noto allora come località Ceramica

L’insediamento fu costruito tra la fine diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo dalla società Gonnesa Mining Company Ltd.

La storia dei Villaggi minerari

Antica veduta della miniera e del villaggio di Monte Agruxiau

Lo sfruttamento del sottosuolo, avvenuto fin dall’epoca nuragica, ha lasciato tracce profonde nel paesaggio della Sardegna. 

In “bocca di miniera”
Spesso si identifica l’archeologia mineraria con gli scavi, i pozzi e le gallerie, quasi senza tener conto della grande macchina organizzativa che rendeva possibili tali attività. La stessa genesi dei villaggi minerari è differente dagli altri insediamenti antropici. Infatti se normalmente i fuochi, le capanne, le case, si radunano attorno alle fonti di acqua e cibo, i villaggi minerari si sono costituiti, per necessità, in “bocca di miniera”. Talvolta in luoghi belli e ospitali, più spesso in luoghi ameni che hanno richiesto imponenti infrastrutture di supporto: strade, ferrovie, porti e dighe ma anche sistemi di pompaggio delle acque, condutture e grandi cisterne.

Opere necessarie al funzionamento delle miniere ma anche alla vita delle maestranze visto che le distanze imponevano l’avvicinamento dei lavoratori.<br>Questa è stata la differenza sostanziale con i villaggi industriali nell’Europa dell’ottocento: se la fabbrica si può insediare ai margini della città, la miniera è inamovibile e perciò necessita che, in qualche modo, sia la città ad andare da lei. Così, in funzione della capacità organizzativa delle società minerarie, si insediarono prima semplici capanne e poi case, mense, dispense e cantine. Nel tempo, i villaggi più grandi si dotarono di scuole, chiese, infermerie e/o ospedaletti, caserme dei Carabinieri e uffici postali. Piccoli insediamenti, veri e propri centri di fondazione che replicarono in miniatura l’esperienza dei villaggi operai del nord Italia ispirati a loro volta ai prototipi inglesi della prima rivoluzione industriale.

L’Iglesiente, più di altre zone, è ancora oggi caratterizzato da una fortissima presenza di vecchi insediamenti, spesso abbandonati, che raccontano l’attività mineraria anche attraverso le stratificazioni determinate dall’avvicendarsi delle culture e dall’evoluzione delle tecniche estrattive.

Veduta parziale di Normann e del Monte San Giovanni (1932)

I villaggi minerari appartenevano alla categoria dei “centri di strada” proprio perché sulla strada (che conduceva alla miniera) si concentravano.

L’avvento delle società inglesi, belghe e francesi
In breve tempo il paesaggio della Sardegna venne contaminato da queste architetture rese originali dalla diversa formazione dei progettisti, spesso immigrati da altre nazioni. Inizialmente gli insediamenti furono alquanto precari, ricoveri di fortuna, baracche collettive e semplici costruzioni in pietra e fango con il tetto a capanna. La vera svolta giunse con l’avvento delle società inglesi, belghe e francesi che, a partire dalla seconda metà del 1800 entrarono prepotentemente nell’economia sarda con ingenti apporti tecnologici, umani e finanziari.
Ecco che i tecnici sopraggiunti da diverse parti d’Europa importarono anche nuove abilità e stili insieme a una certa cura per i dettagli fino ad allora pressoché sconosciuta. 

Difatti le costruzioni precedenti nascevano addossate l’una sull’altra senza una logica e senza servizi di base, senza fogne né distanze minime. Erano i precursori dei prefabbricati, costruiti con materiali poveri, inizialmente anche canne, teli e fronde ma anche pietre raccolte in loco e legate con il fango, così da poter durare giusto quanto il cantiere che spesso si esauriva nell’arco di pochi anni. Al mutare delle necessità le casette venivano smontate per recuperare, quando c’erano, infissi, pavimenti, travi e coperture. Materiali utili per ricostruire altrove. Anche per questo motivo molti insediamenti ebbero un decadimento precoce.

Sebbene questi villaggi nascessero con presupposti pressoché identici, il loro sviluppo non fu altrettanto omogeneo perché condizionato da diverse variabili: innanzitutto la ricchezza del giacimento ma anche i costi di estrazione e di trasporto, l’abilità e la solidità economica dei proprietari, il rapporto tra domanda ed offerta del prodotto che si andava ad estrarre.

Ferrovia mineraria a traino animale

I costi di estrazione erano condizionati principalmente dalla tipologia del suolo che richiedeva armature più o meno complesse, dalla concorrenza delle acque sotterranee che, allagando le gallerie, richiedevano costose opere di pompaggio e/o regimentazione.

Il pedaggio della grotta di san Giovanni a Domusnovas
Un caso emblematico fu quello della grotta di san Giovanni a Domusnovas, attraverso alla quale si accedeva al complesso di valli che conducevano alle miniere di Reigraxius-Marganai, Barraxiutta, Perda Niedda, Sa Duchessa, e Tinì verso Arenas. Il proprietario dei terreni su cui apriva la grotta, Ing. Enzo Scarzella, fissò prezzi altissimi per il taglio della legna necessaria all’attività di miniera e inoltre pretese il pagamento di un pedaggio per ogni carro che attraversava la grotta.

 

Questi gravami, sommati alla difficoltà di coltivazione e alla forte concorrenza di altre miniere meglio ubicate, penalizzarono una serie di villaggi che ancora oggi, grazie alla collocazione in una zona dall’alto pregio ambientale e naturalistico, hanno un fascino straordinario.
Ma il mercato mutava rapidamente e così mentre chiudevano questi villaggi se ne costruivano in altri luoghi. Si rendevano necessari per la scoperta di nuovi giacimenti, per una improvvisa richiesta di specifici minerali dettata dal mercato o dalle politiche autarchiche del fascismo.

Una situazione fluida che determinò non solo il dimensionamento dei singoli villaggi, proporzionandolo alla forza lavoro, ma persino la morte degli stessi che, appena chiusa la miniera, venivano abbandonati al loro destino.

I costi di trasporto, invece, erano determinati dalla posizione della miniera, dalla sua vicinanza ai boschi, dalla viabilità e dalla distanza dalle stazioni ferroviarie e dai porti.

Grotta di San Giovanni, Domusnovas. Carri carichi di minerale che si apprestano ad attraversare. (Foto ASCI)

La miniera, unica proprietaria degli immobili, scelse di abbandonare i villaggi al loro destino.

Le Ghost town
Rispetto agli altri centri di fondazione della Sardegna, per esempio quelli realizzati dai Savoia tramite ripopolamento da altre aree della penisola, la differenza principale è data proprio dall’iniziativa privata e dalla precarietà imposta dal rapido mutare delle condizioni economiche e produttive.

Negli altri casi di riconversione economica gli abitanti seppero trovare in loco altre fonti di sostentamento, essendo la proprietà degli immobili statale o suddivisa tra diversi soggetti.

Invece, in questo caso, si determinò la trasformazione dei villaggi minerari in vere e proprie “ghost town” di cui la Sardegna, e in particolare l’Iglesiente è ormai disseminata.

Gli enti locali non hanno avuto né la capacità progettuale né le risorse umane e finanziarie per fermare o gestire tale processo. Persino quando i progetti di restauro e riconversione sono stati realizzati per la parte infrastrutturale, si sono arenati nella fase gestionale. A titolo d’esempio citiamo i Villaggi Minerari di Orbai e Arenas, completamente restaurati ma subito abbandonati per la mancanza di un business plan, o del borgo di Monteponi che, pur assegnato con evidenza pubblica, ha dovuto fare i conti con la mancanza di cultura imprenditoriale da parte degli aggiudicatari, con la mancanza di programmazione da parte d chi ne avrebbe dovuto seguire e governare le sorti. Un caso a parte è quello della miniera di Rosas che, pur avendo realizzato un ottimo restauro, non ha ancora trovato un modello gestionale che ne garantisca la sostenibilità finanziaria.

Come un esercito in rotta che ritirandosi distrugge i ponti e gli acquedotti, le società minerarie scoperchiarono le case, interruppero l’erogazione di acqua ed energia elettrica, abbandonarono strade e servizi di collegamento determinando il rapido spopolamento dei villaggi e il conseguente degrado a causa dell’incuria e delle azioni di sciacallaggio.

La vita degli operai nei villaggi minerari

Dalla vita isolata dei braccianti e dei pastori alla vicinanza imposta dalla vita di miniera: le reti solidaristiche diventano la base del processo di emancipazione della classe operaia.

Foto di gruppo minatori e cernitrici (collezione Oscar Sanna)

Miniera e solidarietà
I braccianti e i pastori sardi non erano abituati a operare nell’ambito di sistemi complessi: lavoravano da soli o in piccoli gruppi, su aree ampie e mal collegate, spesso risiedevano in abitazioni isolate, con scarse occasioni d’incontro e di discussione.

Da qui la difficoltà ad acquisire le competenze tecniche necessarie per operare in miniera e a organizzarsi, nell’Iglesiente come altrove, in una categoria capace di operare collettivamente.

Da minatori, invece, lavoravano gomito a gomito in piccoli o grandi complessi industriali, dipendevano tutti dallo stesso responsabile-padrone, condividevano condizioni di lavoro estreme e, finito il turno di lavoro, vivevano nello stesso villaggio in condizioni ugualmente difficili, spesso aggravate dalla lontananza dei centri abitati.

La vicinanza fisica di tante persone spinte dalla stessa comunanza di esperienze e di condizioni di lavoro, legate da una stessa volontà di migliorare la propria qualità di vita facilitò il sorgere di iniziative di reciproco sostegno.

Queste reti amicali di auto aiuto videro molte famiglie concorrere alla crescita dei figli altrui o alla costruzione delle piccole case. Il getto del solaio coronava il raggiungimento di un risultato collettivo che veniva suggellato da una festa conviviale.

Questa fratellanza si saldava ulteriormente nelle relazioni di comparaggio dove, mediante battesimi, cresime e matrimoni, i rapporti si legavano con maggiore forza. In alcuni casi altri elementi si inserivano positivamente in queste dinamiche: alcuni parroci (mitica la figura di “preri Musu”) o la comunità di preti operai che, frequentando entrambi gli ambienti, mediavano i conflitti tra minatori e aziende. Il loro livello culturale e un carisma indiscusso concorrevano a costruire reti solidaristiche tra minatori e ad attrarre iniziative esterne di aiuto.

A Bindua fino al 1971 non c’era ancora l’acqua nelle case. Giunsero dalla Lombardia i volontari della I.B.O. e, insieme ai preti operai e a un gruppo di residenti, realizzarono fogne e rete idrica. Questi sistemi di organizzazione solidale, estendendo le relazioni sociali al di là del tradizionale ambito familiare, svilupparono il senso comunitario tra i minatori e le loro famiglie contribuendo a sostenere le organizzazioni sindacali e politiche, frutto di una mutata consapevolezza sociale.

La vicinanza fisica di tante persone spinte dalla stessa comunanza di esperienze e di condizioni di lavoro, legate da una stessa volontà di migliorare la propria qualità di vita facilitò il sorgere di iniziative di reciproco sostegno.

Le cantine e i dopolavoro

Spaccio viveri (dispensa)

Il metodo del truck-system costringeva i dipendenti a spendere i propri guadagni presso lo stesso datore di lavoro che, in assenza di concorrenza, lucrava praticando prezzi più alti di quelli praticati all'esterno della miniera. 

I ghignoni

La posizione distaccata delle miniere rispetto ai centri abitati ha generato il fenomeno delle cosiddette “cantine” o “spacci” o “dispense”. Queste strutture erano molto diffuse nei villaggi minerari perché, offrendo l’unico servizio commerciale della zona, consentivano alle società minerarie di recuperare parte dei salari erogati attraverso il sistema del truck-system, un metodo in cui i dipendenti venivano pagati in materie prime, con gettoni aziendali, monete fiduciarie (i cosiddetti ghignoni) piuttosto che con moneta a corso legale.
Per questo motivo le cantine erano gestite direttamente dalle società minerarie o da privati di loro fiducia. 

gettone aziendale (ghignone)

I lunghi intervalli tra una paga e l’altra costringevano gli operai a rivolgersi esclusivamente alla cantina aziendale perché in questa il credito veniva effettuato, e quasi incoraggiato, attraverso l’annotazione su libretti personali ben sapendo che, in caso di insolvenza, avrebbero potuto rivalersi direttamente sulle retribuzioni dei minatori.
Allo stesso modo i dopolavoro offrivano un servizio ricreativo ai dipendenti ma, di fatto, consentivano all’azienda di tenere riservati i propri dipendenti e di veicolare direttive e indirizzi anche d’ordine politico. Anche in questo caso i dopolavoro degli operai avevano ben altri servizi e comfort rispetto ai circoli dei dirigenti e degli impiegati.

I lunghi intervalli tra una paga e l’altra costringevano gli operai a rivolgersi esclusivamente alla cantina aziendale perché in questa il credito veniva effettuato, e quasi incoraggiato, attraverso l’annotazione su libretti personali ben sapendo che, in caso di insolvenza, avrebbero potuto rivalersi direttamente sulle retribuzioni dei minatori.