Architettura

Le architetture dei villaggi minerari

Ingurtosu - Edificio della direzione

Eugenio Marchese, ingegnere e architetto, partecipò con Quintino Sella alla spedizione del 1869 finalizzata allo studio delle condizioni dell’industria mineraria.

Gli insediamenti di ricerca mineraria della metà del 1800

“La casetta in muratura per il ricovero dell’ingegnere o capo minatore, la quale serve allo stesso tempo di ufficio, di sala da disegno e di museo geologico e mineralogico” e anche “la piccola baracca di tavole nella quale vivono i pochi minatori”. Queste erano gli embrioni di insediamenti che poi o venivano smontati per andare a saggiare altrove, o evolvevano verso un insediamento più stabile ed articolato.

Continuava Marchese: “se la miniera progredisce si aprono strade, si costruiscono opifizi e una casina per la direzione con pretese cittadine viene a sostituire la primitiva casupola. Più tardi si aggiunge una polveriera ed un ospedale”.​Da questa prima testimonianza si trae il codice genetico dei primi villaggi minerari: precarietà e gerarchia.
Della precarietà abbiamo già parlato: ha la stessa funzione provvisoria del prefabbricato odierno. Ci vuole tempo e successo della miniera per giungere alla costruzione di edifici permanenti.

“La casetta in muratura per il ricovero dell’ingegnere o capo minatore, la quale serve allo stesso tempo di ufficio, di sala da disegno e di museo geologico e mineralogico” e anche “la piccola baracca di tavole nella quale vivono i pochi minatori”. 
(Eugenio Marchese)

Case operaie all'interno della miniera di San Giovanni

La gerarchia esprimeva tangibilmente il classismo insito nella società in cui l’epopea mineraria si è sviluppata.

Le gerarchie

A seconda della classe sociale venivano approntate infrastrutture diverse ma anche i servizi comuni venivano fruiti diversamente in funzione dello status degli utenti. Così, per sedere nei banchi della chiesa o del cinema ma anche nel fare la fila allo spaccio occorreva rispettare le gerarchie: le mogli dei dirigenti avevano la precedenza su quelle degli impiegati e queste su quelle degli operai. Persino la viabilità di alcune zone era preclusa agli operai che dovevano servirsi di sentieri secondari per recarsi nei propri cantieri di lavoro. Agli scapoli, o comunque ai minatori che non avevano la famiglia al seguito erano destinati edifici

 collettivi con funzione di foresteria. Erano posizionati sempre in posizione emarginata rispetto alle zone destinate alla residenzialità delle famiglie. Il più celebre e imponente è probabilmente l’albergo Sartorio a Montevecchio, ma anche Monteponi aveva una foresteria per gli impiegati e, a metà strada tra la miniera e dalla città, i “cameroni” per gli operai.

La miniera di San Giovanni si era dotata, in tempi diversi, di una serie di edifici destinati agli operai e di una mensa mentre per gli impiegati aveva realizzato a Normann una serie di stanze con bagno e uno spaccio-circolo degli impiegati dove gli stessi potevano anche mangiare.

La differenza tra dirigenti e impiegati e tra impiegati e operai era esplicita anche nella vita sociale dei villaggi sia per la diversa tipologia abitativa che per la dislocazione delle case, o in villaggi differenti, o almeno in aree del villaggio ben differenziate e talvolta presidiate da guardie armate. 

Miniera di San Giovanni: in primo piano le case operaie tra le discariche minerarie e nello sfondo, in posizione panoramica e arieggiata, le case dei dirigenti a Normann.

La miniera di San Giovanni si era dotata, in tempi diversi, di una serie di edifici e di una mensa per gli operai mentre per gli impiegati scapoli aveva realizzato a Normann una serie di stanze con bagno e uno spaccio-circolo dove gli stessi potevano anche mangiare.

Monteponi

Anche a Monteponi risiedevano solo gli impiegati e i dirigenti mentre gli operai erano distribuiti tra Villamarina, le case operaie di Iglesias, poi soprannominate “Paraguay”, e le casette del rione di Vergine Maria.

Per gli operai scapoli c’erano i “cameroni” collocati a metà strada tra Monteponi e Iglesias mentre gli impiegati scapoli vennero alloggiati prima nella “locanda” di Monteponi e poi nella nuova Foresteria realizzata nel dopoguerra per sostituire la vecchia locanda.

Montevecchio e Villaggio Asproni
Montevecchio era ben suddiviso per classi con la Direzione e il Villaggio Rolandi staccati dal resto del borgo, gli operai nel villaggio Righi e gli scapoli nell’albergo operaio “Sartori” a congrua distanza dal centro abitato.
Un caso atipico di coesistenza, pur con diverse tipologie edilizie e in dimensioni minori, è quello del bellissimo Villaggio di Seddas Moddizzis (o Villaggio Asproni) in cui il proprietario, Giorgio Asproni Junior, ne fu costruttore, direttore e infine proprietario che lo condusse fino alla morte giunta nel 1936, all’età di 95 anni.

Il Villaggio Normann era il tipico esempio di quella distinzione tra classi di cui abbiamo già parlato: destinato alla residenza del direttore e degli impiegati aveva servizi e tipologie abitative ben diverse da quelli degli operai distribuiti tra San Giovanni miniera e Bindua. 

Le tipologie edilizie​

Miniera di San Giovanni: le case dei dirigenti nel villaggio Normann

Nei villaggi minerari, non è difficile trovare costruzioni che, per forma e materiali, risultano estranee al paesaggio tradizionale sardo. Gli edifici per i dirigenti erano vere proprie ville o villini con giardino e servizi.

Gli stili architettonici dei paesi d’origine
Le miniere contribuirono notevolmente anche a deprovincializzare le architetture della Sardegna. I tecnici minerari, che giungevano spesso da città mitteleuropee, cercavano di riprodurre condizioni di vita e di comfort a cui loro e le loro famiglie erano abituati così da portare con sé un po’ delle loro terre d’origine. Queste novazioni, catalizzarono e anticiparono l’ammodernamento delle
città fino ad allora allineate (è proprio il caso di dirlo) allo stile neoclassico di

Gaetano Cima che prevalse in Sardegna durante il periodo sabaudo. Una nuova cura per i dettagli che interessò anche le architetture industriali che assunsero una nuova dignità formale senza per questo limitare la loro funzione sostanziale. Una vero contagio che coinvolse anche i tecnici minerari italiani, prevalentemente piemontesi e lombardi, in una competizione con i loro colleghi stranieri nel proporre stili innovativi che spaziarono dal Classicismo verso lo Storicismo, l’Eclettismo e il Liberty.

Sono per lo più di tipologie costruttive nordeuropee con escursioni che vanno dalla Germania al Belgio all’Inghilterra passando per la Francia.

L'interno della casa del direttore di Montevecchio. Gli affreschi sono originali mentre gli arredi sono stati immessi recentemente.

Quasi sempre la loro posizione era identificata dalle palme che, in quei tempi, erano poco diffuse in Sardegna e, per questo, rappresentavano una sorta di status symbol. La tipologia costruttiva era sempre raffinata, con riferimenti a metodi e materiali riferibili alla nazionalità del progettista. In alcuni casi le rifiniture sono davvero raffinate con pareti affrescate, mobili importanti, balaustre in ghisa o ferro battuto, cucine grandi e bene attrezzate a disposizione del personale di servizio.

Miniera di San Giovanni - Case operaie cantiere Idina

Le case delle famiglie dei minatori restarono basilari: costruzioni molto semplici con poche piccole stanze con un camino o con una cucina economica e i bagni esterni in comune con altre abitazioni.

I villaggi spontanei edificati dai minatori​

Una menzione a parte meritano le soluzioni abitative spontanee che si costituirono ai margini delle miniere per mano degli stessi minatori senza l’apporto delle società che, al massimo, mettevano a disposizione uno scampolo di terra su cui edificarle. 

I modelli edilizi moderni

Bindua - scorcio del villaggio negli anni '50

Nei moderni villaggi minerari, insieme agli edifici, si cominciò a pensare diversamente anche la loro stessa funzione, la dislocazione, l’orientamento, la viabilità, il verde con le alberature che svolgevano una funzione decorativa, di consolidamento dei versanti ma anche produttiva, come nel caso dei pini di cui si utilizzava la resina per aumentare la presa delle cinghie che muovevano i macchinari.

Monteponi e MontevecchioI villaggi più belli e complessi sono certo quelli legati alle miniere più importanti: Monteponi e Montevecchio.<br>In entrambi i casi assistiamo ad una complessità organizzativa ed urbanistica di primo livello con una dotazione di servizi di tutto rispetto.

Ogni villaggio aveva la sua chiesetta, per lo più dedicata alla Santa Barbara, protettrice dei minatori. Le dimensioni e lo stile sono proporzionate alla dimensione e all’importanza del villaggio. Anche qui si scoprono architetture e tecniche innovative, persino con coperture spioventi normalmente usate ad altre longitudini mutuando da queste persino le insolite coperture d’ardesia.

Direzione, asilo, scuola, infermeria, ospedale, spaccio, dopolavoro, impianti sportivi e ricreativi, cinema a cui si aggiungevano un ufficio postale e una caserma dei Carabinieri.

Questa attività edificatoria servì a far superare una certa approssimazione costruttiva ancora oggi definita scherzosamente “stile non finito sardo”, ma ci volle ancora quasi un secolo per giungere a modelli abitativi moderni.

Gli Olivetti
A metà del ventesimo secolo l’architettura e l’urbanistica accolsero nuove sensibilità e vecchie rivendicazioni. Pioniere nel nuovo panorama industriale fu Adriano Olivetti che realizzò a Ivrea case moderne per i propri dipendenti fin dal 1926. La sua intuizione, volta all’emancipazione sociale e culturale dei lavoratori, venne attuata da architetti di grido e finì per condizionare anche le periferie italiane.

Sottsass Junior
Ettore Sottsass Junior, nella relazione per il progetto generale del Villaggio operaio di Iglesias – 1949, spiegava che “lo stesso Alto Commissario per la Sardegna e vari deputati e lo stesso Ministero dei LL.PP. fin dal 1945 hanno preso e dato atto di questa grave situazione (abitativa) che necessita di una bonifica sia in funzione dei principi generali di umanità e civiltà che in funzione degli stessi interessi industriali”.

I villaggi progettati da Sottsass Junior a Iglesias, a Buggerru e all’Argentiera incarnano questa nuova filosofia: luce, aria e privacy in contrapposizione al buio, l’umidità e la promiscuità della vita in miniera.

 

Siamo ormai nel secondo dopoguerra, quando i cospicui investimenti per la ricostruzione offrirono alla mano d’opera più umile lavoro e case mediante il poderoso piano Fanfani. A questo periodo si devono anche le venti case operaie di San Giovanni Miniera inaugurate nel 1962. Questa la cronaca dell’Istituto Luce.

Case operaie di San Giovanni Miniera

Purtroppo la nascita di questa nuova consapevolezza coincise con la
mutazione delle condizioni dei mercati che, nel giro di pochi decenni,
portò alla chiusura di quasi tutte le miniere italiane e quelle sarde
non fecero eccezione. Da allora si interruppero gli interventi edificatori nei villaggi minerari e oggi la vera priorità è quella di salvaguardare questo patrimonio culturale della Sardegna.