Miniera di San Giovanni

Storia della Miniera di San Giovanni

La miniera ha rappresentato una delle più importanti attività estrattive di Piombo e Zinco del distretto minerario dell’Iglesiente. Il titolo di concessione “San Giovanni” e “San Giovanneddu” insiste su una superficie di circa 702 ha.

Le origini

Gli antichi abitanti scoprirono l’abbondanza dei metalli di Piombo e Argento e si adoperarono alla loro estrazione e lavorazione.

Questo fatto ha determinato un importante flusso commerciale, ma anche stanziale con presenza di presidi, di popoli commercianti e intraprendenti quali i Fenici, per essere sottoposto poi al dominio di Roma. Le coltivazioni hanno interessato massicciamente il Monte San Giovanni per secoli con un fortissimo impulso determinatosi in epoca pisana e documentato magnificamente dalle centinaia di scavi di tale epoca. 

Nel 1829 l’ingegnere del Corpo Reale delle Miniere Francesco Mameli riferisce, in una sua relazione sulle condizioni delle miniere del Regno di Sardegna, l’interesse primario minerario della zona, documentato da antichi lavori, nonostante l’assenza di attività in atto. Infatti egli descrive che “i fianchi della montagna sono perforati da escavazioni grandissime, molte delle quali a cielo aperto, presentano dei vani grandissimi…” e ancora: “…l’escavazione è stata visibilmente operata per mezzo del fuoco…Le camere offrono dei grandi vuoti alcuni dei quali di altezza prodigiosa… Tutto annuncia che sono state estratte grandi quantità di minerali.

La sua storia ha inizio in periodi molto remoti, quando gli antichi abitanti scoprirono l’abbondanza dei metalli, Piombo e Argento soprattutto, presenti nei banchi calcarei e si adoperarono alla loro estrazione e lavorazione.

Le frenetiche attività minerarie dell'Ottocento, con le calate in Sardegna di un cospicuo numero di imprenditori di varie nazionalità europee, vedono la miniera di San Giovanni fra le maggiori protagoniste.

Le concessioni
Nel 1865 la miniera fu dichiarata scoperta e la concessione affidata all’ingegner Keller di nazionalità ungherese; questi sfruttò la miniera fino al 1869, quando vendette la concessione alla società a capitale inglese “Gonnesa Mining Company ltd”, che cedette a sua volta alla più grande e consolidata “Pertusola ltd”, acquisita dalla potente gruppo minerario di Lord Brassey. Con questa ultima società, che attraverso sue successive trasformazioni ha operato fino al 1969, la miniera decollò ai vertici delle più importanti miniere della Sardegna e quindi dell’intero paese.

La ricchezza dei giacimenti e quindi la necessità di sfruttarli intensamente, determinò rapidi e grandi sviluppi tecnologici di entità tali che si può affermare senza tema di smentite, che era una delle miniere più all’avanguardia del mondo, sia dal punta di vista delle tecniche di scavo che sulle lavorazione a valle. Sul finire degli anni ’60 del Novecento i segnali di crisi del settore divennero più acuti e, nel 1969, la Pertusola abbandonò le sue concessioni in Sardegna. La miniera fu affidata alla “Società Piombo Zincifera Sarda”, una società controllata dall’Ente Minerario Sardo a capitale regionale. I lavori proseguirono fino al 1982 con il passaggio di San Giovanni alla SAMIM, società del gruppo ENI.

I sistemi di coltivazione sviluppati a San Giovanni sono citati nei più autorevoli testi di arte mineraria; in campo mineralurgico furono sviluppate e messe a punto industrialmente, primi nel mondo, le tecnica di arricchimento per flottazione delle calamine.

La gestione ENI La gestione ENI, con soggetto societario divenuto S.I.M. (Società Italiana Miniere) è proseguita fino al 1993. In questi anni si verificarono grandi cambiamenti strutturali; la struttura della miniera venne ridisegnata, con l’abbandono dei pozzi e l’introduzione delle rampe, per permettere l’accesso di grandi mezzi di scavo che hanno determinato l’evolversi dei metodi di coltivazione massivi. Le campagne di grandi investimenti attuate dalle società dell’ENI non hanno, tuttavia, prodotto i risultati auspicati determinando il disimpegno dell’Ente petrolifero. Le miniere tornarono in carico a società dell’Ente Minerario Sardo: la Miniere Iglesiente trasformatasi poi in IGEA (Interventi Geo Ambientali).

Dall’Ente Minerario Sardo all’IGEA

Il declino delle estrazioni proseguì in modo ineluttabile così che, nel 1998, la miniera di San Giovanni cessò, per ultima, il regime produttivo. La produzione totale della miniera in oltre 130 anni di storia industriale moderna è stimata in oltre un milione di tonnellate di metallo (Pb- Zn). I lavori minerari, interessando quasi esclusivamente le serie carbonatiche, hanno tracciato scavi estesi per un’estensione che supera i 100 km di gallerie, tracciando fino a oltre 2 km nella direzione E-W; oltre 700 m. nella direzione N-S. In verticale i lavori hanno interessato uno spessore di roccia che partendo dalla superficie (circa 400 s.l.m.) si sono spinti fino a quota 250 metri sotto livello mare, con fondo del Pozzo Carolina (uno dei due principali) arrivato a quota – 305. Si evince che è stata una “esplorazione” (anche se distruttiva e destrutturante) ben più efficace delle indagini speleologiche classiche e difatti sono state intercettate oltre 70 cavità naturali.




I sistemi di coltivazione sviluppati a San Giovanni sono citati nei più autorevoli testi di arte mineraria; in campo mineralurgico furono sviluppate e messe a punto industrialmente, primi nel mondo, le tecnica di arricchimento per flottazione delle calamine.