Speleologia

Speleologia della Miniera di San Giovanni

Sezione curata da Angelo Naseddu, presidente della Federazione Speleologica Sarda.

Figura 1

La miniera di San Giovanni nella sua “ultracentenaria” attività ha intercettato un considerevole numero di cavità naturali, di cui la Grotta di Santa Barbara è l’esempio più celebre.​

Inquadramento

Il sito estrattivo è a circa quattro km a WSW dalla città d’Iglesias (Sardegna Sud Occidentale) lungo la SS 126, che costeggia il Rio San Giorgio. 

Le strutture minerarie sono insediate sul versante sud della valle del Rio San Giorgio, che, morfologicamente, rappresenta l’ala meridionale della sinclinale d’Iglesias.

Il rilievo, oggetto di coltivazioni minerarie, presenta una conformazione a sella allungata in direzione NE-SW ed è sormontato da due cime (P.ta Is Ollastus e P.ta sa torre), allineate anch’esse lungo la direttrice NE-SW ed elevate, rispettivamente, di 431 e 424 m slm. 

La zona è caratterizzata da una morfologia aspra ed impervia a forte acclività e con pareti verticalizzanti lungo la falda SW; mentre la parte NE è rappresentata da una morfologia più dolce e un declivio di versante ben diluito.

Le parti sommitali, denominate “altopiano”, sono caratterizzate da ampie superfici peneplanate, testimonianza delle azioni d’erosione, prolungatesi per tempi lunghissimi, e successive ingressioni marine d’età triassica, seguiti da dislocazioni che non hanno tuttavia cancellato la morfologia antecedente.

Figura 2

La caratteristica giacimentologiche della miniera ha determinato una geometria di tracciamento molto estesa, infatti, in una zona, tutto sommato, di non grande entità e abbastanza circoscritta, sono presenti vari tipi distinti di mineralizzazioni e divise nella seguente nomenclatura storica:

Giacimenti

  • Mineralizzazioni stratabound, di forma lenticolare, con rapida immersione a N, e mineralizzazioni lievemente discordanti, di forma colonnare, con rapida immersione verso ESE, nella parte mediana delle rocce carbonatiche. Tali mineralizzazioni, a blenda dominante, sono denominate “masse blendosi” o semplicemente “blendosi”, sono state le più importanti della miniera.

  • Mineralizzazioni stratabound, essenzialmente a galena con basso tenore in Ag, a forma lenticolare con immersioni, rasentanti la verticalità, a N; sviluppate in direzione NE-SW prossime al contatto tra la serie carbonatica e gli scisti sovrastanti, pertanto denominata “il contatto”.   

 

  • Mineralizzazioni a forma irregolare, da ammassi a colonnari, eccezionalmente filoniane; localizzate nelle parti più elevate del massiccio maggiormente concentrate nelle parti più occidentali, e raramente ritrovate sotto il livello 150. Sono costituite da galena ad altissimo tenore in Ag (fino a oltre 5 Kg per ton di galena mercantile), denominate perciò “ricchi in Argento”.

  • Fasci di vene ed occasionalmente masse imbutiformi ed irregolari di minerali di ossidati di Zn con assoluta prevalenza di Smithsonite ferruginose, situate in zone superiori al livello idrostatico e denominate “Ossidati”.

Baritine che, oltre a far parte delle ganghe dei “ricchi in Argento”, formano piccole tasche superficiali nelle dolomie.

I lavori minerari, interessando quasi esclusivamente le serie carbonatiche, hanno tracciato scavi estesi per un totale di oltre 100 km di gallerie, tracciando fino a oltre 2 km nella direzione E-W; oltre 700 m. nella direzione N-S. Elaborazione grafica Nicola Ibba.

In verticale i lavori hanno interessato uno spessore di roccia che partendo dalla superficie (circa 400 slm) si sono spinti fino a quota 250 metri sotto livello mare, con fondo del Pozzo Carolina (uno dei due principali) arrivato a quota – 305. Si evince che è stata una “esplorazione” (anche se distruttiva e destrutturante) ben più efficace delle indagini speleologiche classiche e difatti sono state intercettate oltre 140 cavità naturali.

Speleologia

Le prime notizie riguardanti gli aspetti speleologici, a parte storiche citazioni del Lamarmora e del Casalis nelle loro opere, sono riconducibili al Rendiconto del Seminario Facoltà Scientifiche Università di Cagliari del 1956, dove Rossetti V.& Zucchini A., pubblicano una nota su” Baritina della Grotta di Santa Barbara, scoperta nell’Aprile del 1952 durante lo scavo di un fornello nel livello 195 del cantiere “contatto”. 

Dalle analisi mineralogiche e dalle interpretazioni di esse si attribuiscono le cristallizzazioni di barite al periodo Siluriano; si tratta della prima affermazione sull’interesse scientifico delle grotte di miniera. 

Nel 1959 Piero Fusina, studente in ingegneria mineraria ma anche speleologo del Gruppo Speleologico Piemontese di Torino, è assegnato alla miniera di San Giovanni per un periodo di tirocinio pratico sulle materie minerarie. In tale circostanza ha l’occasione di visitare i vari cantieri della miniera e quindi di vedere le numerose “crovasse” intercettate dai lavori, la sua passione per la speleologia gli permette di cogliere l’interesse di queste cavità e ne rendiconta nel bollettino del GSP “Grotte” n° 10 1959.

L’esercizio delle attività minerarie non è compatibile con l’esercizio di attività speleologiche per tutta una serie di ovvi fattori, per cui del ritrovamento di cavità naturali non si conosce niente e questa condizione permane fino al 1959.

Grotta n°1

Estratto dal bollettino del GSP “Grotte” n° 10 1959 

“… Dove ho avuto modi di soffermarmi maggiormente ad osservare il fenomeno carsico è stato nelle grotte della miniera. Le gallerie di ricerca, i fornelli o le camere a grandi vuoti formate dalla coltivazione del giacimento, mettono a volte in comunicazione con cavità naturali del tutto particolari, ricchissimamente concrezionate, estremamente fossili che pongono al visitatore problemi interessantissimi di genesi e di morfologia carsica. Vorrei ora esporre alcune mie osservazioni frutto più che altro della mia fantasia, non avendo trovato una letteratura sull’argomento, né essendo riuscito a trovare collaborazione su alcuni interessanti problemi da persone competenti a cui mi sono rivolto. Mi soffermerò soprattutto su un problema parsomi molto interessante: quello riguardante una eventuale relazione tra il fenomeno mineralizzante e la formazione delle cavità. Spero di poter in un secondo tempo esporre altre questioni di genesi e di morfologia di queste cavità più che mai meritevoli di uno studio generale.”

E ancora: “…Volendo cercare ora di inquadrare la formazione di cavità naturali frequenti nel banco, nella storia geologica della zona, alcuni problemi si pongono:

  1. Le numerose fratture che hanno probabilmente servito alla mineralizzazione, hanno anche servito alla formazione di grotte? Non mi è stato possibile osservare ciò direttamente. Nelle zone più elevate dove le cavità si presentano come pozzi spesso intasati quasi completamente da concrezioni, ad andamento prevalentemente verticale, come si presentano quasi tutti i filoni mineralizzati, ciò può essere stato possibile, ma a livelli più bassi le grotte seguono un andamento suborizzontale in discordanza con le eventuali fratture circostanti. …

  2. Le attuali cavità sono antecedenti o no alla mineralizzazione? Si potrebbe dire subito dire che ove esiste un banco calcareo soggetto all’azione meteorica, li si dovranno formare cavità secondo il normale processo carsico. Ora, è possibile che il banco in esame sia il risultato presumibilmente scoperto, o quasi, fin poco tempo dopo l’orogenesi ercinica e quindi fin da allora avrebbero potuto formarsi grotte. Ma quelle che vediamo hanno così lontana origine? Nel caso affermativo esse dovrebbero rappresentare le antiche grotte conosciute al mondo….

Nella zona più elevata del banco ove la mineralizzazione è essenzialmente a galena argentifera, è frequente la presenza di grotte verticali affiancate e comunque vicine alle “colonne” mineralizzate. Si potrebbe giustificare una origine delle grotte antecedente alla venuta idrotermale pensando che questa abbia percorso le vie naturali preesistenti, venendo a riempire le cavità alterandone le pareti. Superata la zona interessata dal fenomeno idrotermale, il calcare è rimasto naturale e l’acqua si è scavata il nuovo percorso spostandosi dall’antico, di quel tanto che gli era sufficiente per ritrovare la roccia carsica. Alcuni filoni mineralizzati immettono invece in cavità naturali parzialmente riempite da argilla sul fondo e da minerale alle pareti. Un esempio classico è rappresentato dalla cosiddetta “Grotta n°1” (…). I filoni di galena hanno pendenza 65/70° ENE, come tutto Il sistema di fratture esistente nel banco, e la loro sezione orizzontale giunge fino a 1000 metri quadrati. Si può pensare ad un processo carsico posteriore alla venuta del minerale e risolto o quasi dalla presenza di argilla in gran quantità che rende inosservabili eventuali prosecuzioni più in basso. D’altra parte anche qui rimane la possibilità che la venuta di galena abbia percorso antiche cavità verticali già esistenti riempiendole e metamorfosandole.

Da queste considerazioni si possono trarre conclusioni di  carattere generale. Volendo continuare a studiare il problema occorrerebbe, tornando sul posto, eseguire ricerche più accurate soprattutto al contatto tra grotte e colonne mineralizzate per cercare di individuare segni di una correlazione tra i fenomeni. Su altri problemi riguardanti aspetti morfologici di una certa rarità in queste interessanti grotte, spero di poter ritornare in un secondo tempo, non avendo ora dati sufficienti per affrontarli (…).

Piero Fusina

Le note esposte da Piero Fusina, sia pure inficiate da qualche ingenuità e da quelle che erano le teorie giacimentologiche dell’epoca, che verranno stravolte a meta degli anni 60 (Brusca& Dessau), denotano una acutezza di osservazioni e di assoluta pertinenza dei dubbi postulati circa la genesi delle grotte.

Nei primi anni ‘60 Padre Antonio Furreddu ha l’occasione di visitare la grotta di Santa Barbara e ne coglie la singolarità, pubblica la grotta nel volume “Grotte della Sardegna “(1964) e formula le stesse teorie di Rossetti circa l’età della grotta.

Solo a metà degli anni ‘70 iniziano delle ricerche speleologiche sul rilievo di Monte San Giovanni; il Centro Iglesiente Studi Speleo Archeologici esplora e rileva una decina di cavità soprattutto con imbocco esterno, durante una campagna, coordinata da Padre A. Furreddu, e finalizzata a indagini idrogeologiche tese ad approfondire le conoscenze sulle vie di infiltrazione delle acque di fondo della miniera di Monteponi. Le ricognizioni all’interno della miniera rimangono ancora tabù.

Si mette a fuoco un interesse scientifico di notevole portata, eppure non si hanno ripercussioni dal mondo speleologico, nonostante in quegli anni ci fosse molta più attenzione generalizzata verso gli aspetti scientifici.

A metà degli ‘70 le conoscenze speleologiche sono rappresentate dall’elenco seguente:

anni

N° catasto

Nome grotte

Rilevatori

1960

SA/CA 210

Grotta di S. Barbara

Padre A. Furreddu

1976

SA/CA 1126

Grottone di Pelloggia

CISSA

1976

SA/CA 1127

Grotta Fonnesu

CISSA

1976

SA/CA1128

Grottone di M.te S. Giovanni

CISSA

1976

SA/CA 1129

Crovassa di Masia

CISSA

1976

SA/CA 1130

Grotta n° 1 di S. Maria

CISSA

1976

SA/CA 1131

Grotta n° 2 di S. Maria

CISSA

1976

SA/CA 1132

Grotta della Barite

CISSA

1976

SA/CA 1134

Voragine di M.te S. Giovanni

CISSA

1976

SA/CA 1133

Grotta del Cratere

CISSA

1976

SA/CA 1135

Pozzo di Monte Ollastus

CISSA

Sul finire degli anni ‘70 e primi anni ‘80, sotto il coordinamento di Giuliano Perna e Paolo Forti, si effettua uno studio multidisciplinare finalizzato alla definizione delle caratteristiche del bacino idrogeologico dell’area, propedeutico alla progettazione e costruzione di un nuovo impianto di eduzione delle acque dalle miniere e ubicato alla profondità di 200 metri sotto il livello del mare.

La speleologia ha la sua parte e, sotto la direzione di Paolo Forti, alcuni speleologi hanno l’opportunità di vedere alcune “crovasse” delle miniere e acquisire consapevolezza dell’esistenza di un considerevole numero di cavità naturali; se ne documentano alcune, essenzialmente sulle miniere di Nebida, Acquaresi e Monteponi, ma su San Giovanni ci si limita solo a visite.
Nel 1985, durante gli scavi della Rampa di San Giovanni, si intercetta la Grotta di Santa Barbara 2 ed in questa circostanza la direzione miniere ne chiede l’esplorazione (parziale) ed il rilevamento da parte degli speleologi, circostanza fortunata era che uno degli autori (Silvestro Papinuto) fosse uno degli addetti allo scavo della rampa.

Nei primi anni 90 dalla Federazione Speleologica Sarda, viene effettuata richiesta d’accesso ai cantieri minerari. per documentare le cavità naturali scoperte, ma la richiesta non ottiene risposta.
Nel 1997, a seguito della cessazione delle attività estrattive, lo Speleo Club Domusnovas inizia una fortunata campagna di ricerche nella miniera in oggetto, che porterà in poco tempo alla esplorazione e documentazione di oltre una trentina di “nuove” cavità.
Le esplorazioni iniziano nel livello Albert (225 m. slm) dove s’incontrano una serie di cavità di cui la più rappresentativa è costituita dall’abisso Albert, un grande salone che presenta una prosecuzione verticale raggiungente i 120 metri di profondità.

Sui primi anni 90, il Gruppo Ricerche Speleologiche “E. A. Martel” di Carbonia ed il Gruppo Grotte C.A.I. di Cagliari documentano 4 nuove grotte con ingresso in galleria.

Sezione dei “cantieri ricchi argento”

Degna di nota è una sezione dei “cantieri ricchi argento” del 1900 , dalla visione di questa si evince che la morfologia giacimentologica è simile in misura impressionante a quella di un karst; gli stessi nomi dei cantieri evocano i fenomeni carsici (Grotta N°1, Grotta Grande, Grotta Pisani), ed, infatti, le ricognizioni permettono di individuare le grotte quasi sempre in zona mineralizzat

In seguito al livello Albert, le ricognizioni hanno interessato il livello 300; la visita di questo livello, uno dei più vecchi della miniera, si rivela molto fruttuosa, una vera e propria “miniera di grotte”, oltreché d’interesse per le lavorazioni stesse. Nel livello 300 si percepisce un’atmosfera particolare, sembra di sentire il mormorio sommesso, quasi silenzioso, dei minatori, tutto trasuda di “lavoro”: la sala argano di Pozzo Albert che sembra attenda l’arganista da un momento all’altro, le iscrizioni a nerofumo sulle pareti della galleria che marcano il numero dei pesanti vagoni caricati, gli attrezzi da lavoro ormai incrostati di ruggine e lo stillicidio che ritma il tempo che sembra non finire mai.

Le esplorazioni nella grotta della Colonna Egiziana permettono di incontrare un connubio che si ripeterà frequentemente: la grotta con le evidenti testimonianze dei minatori di età pisana, di oltre settecento fa; segni del piccone sulle pareti, cumuli di cenere, residui di legname bruciato, carbone, testimoniano la durezza del lavoro dell’uomo in miniera, di un ambiente che doveva sembrare infernale; una luce situata circa 40 metri più in alto indica l’accesso che questi vecchi minatori hanno scavato, alla base del pozzo delle carcasse d’auto testimoniano, invece, l’inciviltà dei nostri tempi, l’opulenza e l’imbarbarimento dei costumi.

Le prospezioni hanno interessato sostanzialmente l’area occidentale, dei “ricchi argento”; ed in questa area vengono scoperte la Crovassa Quarziti, la Grotta Pisani; nella galleria Peloggio (218 slm), si riscontrano tutta una serie di cavità. Anche nella zona del “contatto” si fanno ritrovamenti speleologici (Grotta Serpi).

L’entità delle scoperte hanno fatto maturare la consapevolezza dell’importanza di quanto si stava documentando e pertanto si sentita l’esigenza di alzare il tiro con il coinvolgimento diretto dell’IIS; che ha dato luogo al progetto nazionale COFIN 2002-2004 dal titolo “Studio morfologico e genetico di speleotemi di particolari ambienti carsici italiani e dell’America Centro-Meridionale”che ha visto come attori, scienziati delle Università di Modena, Bologna e Cagliari, nonché, naturalmente, gli speleologi che hanno fin qui portato avanti le ricerche.

Da questo progetto sono scaturite collaborazioni col soggetto, istituzionalmente, titolare delle concessioni Minerarie, l’IGEA Spa che ha attivamente reso possibile tutta una serie di ricerche e che ha permesso l’esplorazione in altezza della Grotta di Santa Barbara 2; ad oggi le conoscenze speleologiche ammontano a 140 cavità naturali. Rimane grande l’amarezza di non possedere la documentazione di grandi cavità carsiche intercettate dai livelli profondi ed oggi inaccessibili a causa della risalita della falda, giunta a circa quota + 40 m slm.

Il Carsismo e le grotte

La figura sopra mostra una sezione longitudinale NW-SE dei lavori relativi ai cantieri di Grotta N°1 Grotta Grande e Grotta Pisani. Questo schema è rappresentativo del fatto che le masse mineralizzate si sono consolidate in quello che era la struttura di antiche cavità carsiche, ed i condotti, le diaclasi di collegamento fra i diversi corpi sono state anch’esse obliterate da crolli e successivi flussi mineralizzanti.

Quasi tutte le cavità naturali del versante occidentale sono strettamente interconnesse alle fasi minerogenetiche e riconducibili ad un carsismo impostatosi in periodi molto remoti e che ha avuto varie fasi di ringiovanimento.

Verosimilmente i fenomeni carsici hanno iniziato a svilupparsi a seguito del raddrizzamento della serie cambrica, (cicli Caledoniano ed Ercinico) che ha determinato una situazione di continentalità perdurata (a meno di brevi periodi) fino ai giorni nostri. L’intensità del carsismo è stata fortemente condizionata dalla favorevole situazione strutturale (fratture e diaclasi in tensione in situazione di colmo di struttura anticlinalica) ed accompagnata da un elevato potere solvente delle acque meteoriche derivato dalla ossidazione dei solfuri (presenti nelle rocce Cambriane). Il chimismo di queste acque, con presenza di acidi solforici e solfati da ossidazione, ha determinato una serie di meccanismi ipercarsici, determinanti e sia nei meccanismi speleogenetici che quelli minerogenetici.

Alla fase, destrutturante, di scavo, allargamento dei condotti e delle fratture, ne è seguita una “minerogenica”, con le soluzioni ricche in Pb e Ag che sono andate ad incrostare le pareti e cementare le brecce di dissoluzione e di crollo della cavità carsiche, propagandosi sia lungo le rete principale delle fratture.

La presenza di quanto sopra è ben documentata in tutto il settore “ricchi argento” e, in modo particolare, si può desumere dall’osservazione delle pareti dei pozzi scavati in età pisana, in cui si notano evidenti le forme relitte dei condotti carsici, che risultano essere dei veri e propri paleokarst.

Le coltivazioni hanno seguito la mineralizzazione in tutti i suoi andamenti, irregolari, ed hanno premesso di riportare alla luce questi paleokarst. In quasi tutte le cavità sono state riscontrate tracce di questi eventi ed in quasi tutte le cavità si sono notate diverse fasi carsiche.

PRINCIPALI CAVITÀ*

  • ad esclusione delle grotte di Santa Barbara e Santa Barbara 2 

L’ABISSO ALBERT

L’Abisso Albert è situato nella galleria omonima (225 m slm), l’ingresso della cavità è stato intercettato da una galleria di tracciamento della massa Albert, di cui la grotta sembra essere un’apice marginale “risparmiata” dagli eventi mineralizzanti.

La grotta è costituita da un ampio salone con piano in risalita, impostato su una frattura NE- SW, immergente a SE e concordante con la massa mineralizzata. La lunghezza è intorno ai 50 metri con larghezza media sugli 8 metri; la volta si eleva fin’oltre i 40 metri, (limite strumentale del distanziometro laser).
Sulle pareti si notano fenomeni corrosivi di grande intensità e, localmente, sono ricoperte da spessi concrezionamenti policromaci di calcite; sono evidenti dei bordi che marcano antichi paleolivelli idrici.

In alcune parti sono presenti vaste superfici ricoperte da cristalli di calcite di neoformazione. Sulla parete SE è vistosa discontinuità che partendo dalla parete si immette in una fattura a direzione parallela alla principale; la quale, attraverso una rapida sequenza di salti, raggiunge la profondità di 120 metri. La sequenza dei pozzi, impostati su frattura ma notevolmente modellati secondo gli schemi di pozzi cascata, è caratterizzata da forme corrosive taglienti e sono indice di una fase di ringiovanimento della grotta; sul fondo una frana impedisce prosecuzioni. Ulteriori esplorazioni hanno permesso di trovare un altro ingresso alto che determina la profondità totale in circa 190 metri.

Salone ingresso abisso Albert

SA CROVASSA DE TREXENTUSU

Alla cavità in oggetto, già presente nelle mappe del 1885, si accede da una botola della galleria del livello 300 che, attraverso un pozzetto, immette nella volta di un grande salone.

Il corpo della grotta è costituito dal salone suddetto, questo si presenta come un ellisse con asse maggiore di circa 70 metri allungato in direzione SW-NE; la larghezza media è sui 30 metri, mentre dalla volta, a circa 2/3 della lunghezza, svetta un pozzo in risalita da cui proviene un fitto stillicidio e la cui altezza è stimata intorno ai 30 metri.
Dalla parete SE si stacca una diramazione discendente a pozzo, ad un’attenta osservazione si deduce trattarsi di tratto coltivato, che, infatti, conduce 20 metri più in basso, ad una saletta fangosa dove si ritrovano lavori minerari.

La morfologia del pozzo è carsica, ma sono evidenti le testimonianze di scavo e/o di ampliamento. Sulle pareti della sala insistono vaste superfici ornate da bellissimi cristalli di calcite a foglia; questa cristallizzazione ne ricopre un’altra, più antica, costituita da macrocristalli di calcite scalenoedrica, testimonianza probabile di un’antica fase idrotermale. Questa grande “crovassa”, date le sue dimensioni, è stata adibita a deposito di sterili, infatti, due grandi cumuli sovrastano il pavimento del salone ed il loro culmine è direzione di zone di tramogge aperte dal soprastante livello 300.

Foro per carota Crovassa azzurra

GROTTA DELLA COLONNA EGIZIANA

La grotta si apre nel livello 300 ed è stata intercettata trasversalmente dai lavori di scavo nella parte più settentrionale. Sul limite NW della parete si apre un pozzo ascendente, valutato sulla trentina di metri; il pozzo è separato da un diaframma di concrezione di struttura colonnare che ha assegnato il nome alla grotta.

La struttura della cavità è costituita da una grande sala di circa 40 metri di lunghezza per 20 di larghezza sviluppata longitudinalmente in direzione SE-NW, con la volta che si leva fino ad oltre 20 metri. Anche questa cavità è strettamente connessa ad una coltivazione, denominata “massa 47”, di cui costituisce la parte occidentale che è stata anch’essa soggetta a lavori di scavo, di cui permangono evidenti le testimonianze, costituite da un conoide di blocchi di roccia sterile che occupano il pavimento dell’ambiente. Le pareti S e SW sono ricoperte da un’antica e potente colata concrezionale che presenta evidenti testimonianze di successive azioni corrosive. Nelle parti dove è evidente la roccia nuda si osserva che questa è costituita da breccia ad elementi carbonatici ben cementata che presenta incrostazione da fluidi concrezionanti, testimonianza di antichi cicli carsici, e su cui si è reimpostata una fase carsica successiva ben documentata da grandi cupole di corrosione che hanno cariato le brecce di cui sopra.
Sulla parete E è presente una cengia sulla quale converge un pozzo dall’esterno; questo presenta palesi forme carsiche ma sono altrettanto palesi le evidenze che esso è stato ri-scavato da mani umane. Si tratta dell’accesso di lavorazioni di età pisana, lungo la canna del pozzo si affacciano due imbocchi di gallerie di ridotte sezioni, tipiche dei lavori di quell’epoca.

Dal fondo del pozzo, percorrendo la cengia lungo la parete NW della sala, si raggiunge una saletta che presenta concrezioni di aragonite fortemente imbrunita e opacizzata da fumi di combustione; dalla sala si diparte un condotto a sezione di origine tubolare, lungo circa 15 metri che interseca un frattura orientata SE-NW. Le pareti del condotto sono marcate, a circa un metro e mezzo dal suolo, da un bordo di concrezione che testimonia la passata presenza di un livello idrico. Sono presenti delle grandi stalagmiti e incrostazioni calcitiche parietali, le concrezioni e le rocce sono di aspetto opaco, “cotto” e i colori vistosamente condizionati da fumi e calore. Tutta la zona è stata, infatti, oggetto di scavi minerari con l’ausilio del fuoco; il pavimento è costituito da una sequenza stratificata di ceneri da combustione, carbone e le rocce sterili frammentate sono messe dimora in muretti a secco.
La frattura già citata, in direzione NW immette in una stretta diaclasi, riccamente ricoperta da cristalli di calcite, che va a chiudersi in alto dopo una ventina di metri, la parte bassa diventa impraticabile ad una profondità di circa 10 metri.
La parte SE è costituito un condotto completamente riscavato dagli antichi minatori, lungo poco più di 10 metri termina a fondo cieco in un saltino di 4 metri di fronte ad una fronte di scavo che lascia intravedere il contorno del condotto originario e la breccia mineralizzata di riempimento.

Grotta della colonna egiziana

GROTTA PISANI

La grotta Pisani figura già nel 1882 in un rapporto del reale corpo delle miniere, ed era la denominazione di un cantiere del settore “ricchi argento”, dalle ricerche in archivi si è ritrovata la documentazione relativa all’evoluzione dei lavori di coltivazione sul finire del 1800. Il nome attribuito dai concessionari del titolo indica chiaramente l’origine del cantiere.

Alla cavità si accede da un’antica galleria mineraria che si apre a quota 275 sul versante NW del rilievo; il carsismo è già evidente dall’esterno, in quanto nel piazzale antistante la galleria si ritrova una bella marmitta carsica di forma quasi perfettamente circolare; la singolarità è data dal fatto che la marmitta è stata intonacata con calce ed adibita a cisterna. Il percorso della vecchia galleria, circa una trentina di metri, è una vera esaltazione della origine carsica dei giacimenti in oggetto, infatti, tutto l’opera di scavo insiste in un paleocondotto carsico di cui si riesce a distinguere la delimitazione di contorno. La galleria conduce ad una zona di vuoto di coltivazione nella cui parete NE si apre un passaggio che conduce alla grotta vera e propria. Si tratta della parte sommitale di un grande ambiente che si sviluppa verso il basso, dalla volta filtra la luce del sole che arriva da un pozzo, di circa 40 metri, scavato nella mineralizzazione dagli antichi minatori, anche questo pozzo risulta essere palesemente di origine carsica.

Si accede alla grotta attraverso una discesa di circa 30 metri lungo la parete W, la cavità è costituita da un grande ambiente discendente in direzione SE, lungo una sessantina di metri, con larghezza media sopra i 20 metri, la volta degrada dai 30 ai 12-14 metri. Il pavimento è ingombro da blocchi di roccia calcarea gettati come sterili nella grotta, mentre le concrezioni incrostano in misura abbondante le pareti. Anche in questa grotta si notano vari cicli litogenetici, infatti le concrezioni ricoprono precedenti cristalli scalenoedrici di calcite, inoltre si riconoscono fasi freatiche con delle concrezioni gluteiformi, incrostate da successive cristallizzazioni di origine vadosa. Le concrezioni e le pareti presentano un’abbrunimento indotto dai fumi dei fuochi di scavo, infatti sull’apice settentrionale della parete SW si apre un’antica galleria mineraria di una ventina di metri che ha sfruttato una mineralizzazione in diaclasi e residui di scavo, muretti a secco e cumuli di rocce sterili, sono a testimonianza di queste attività. La cavità, nella parte basale, si imposta in direzione NE-SW, ortogonale alla precedente direzione, anche in questa parte è possibile osservare le antiche lavorazioni; la grotta chiude a “cul de sac” in potenti concrezionamenti in direzione SW.

Salone di base grotta Pisani

CROVASSA QUARZITI (ANTICHI LAVORI BAMBOLA)

La grotta si apre nella parte occidentale del Monte San Giovanni, ad una quota di 220 m slm, il nome “quarziti” è da attribuirsi a questo litotipo che affiora in prossimità dell’ingresso; la cavità era nota col nome di “antichi lavori bambola”. L’accesso è ricavato da uno scavo di saggio per barite che ha sfondato la volta di un condotto carsico ampliato da lavori di epoca pisana, di cui non si è riusciti a trovare l’antico ingresso.

Il condotto, di ridotte dimensioni, ha uno sviluppo di circa 60 metri inclinato negativamente di una trentina di gradi e conduce ad un ampio salone; l’ambiente è notevolmente concrezionato e molto alterato da scavi minerari, attraverso uno stretto condotto inclinato si accede alla parte sommitale di un ampio ambiente, anch’esso “adattato” all’utilizzo minerario: sono rimasti infatti al suo interno manufatti in legno (scale, tramogge). In questa parte della grotta sono presenti colate notevolmente alterate da pesanti incrostazioni di polveri, al di sotto della quale si riesce comunque a riconoscere la complessità della composizione chimica che le caratterizzano: evidente infatti, assieme alla calcite, la presenza di idrozincite e di opale (?) azzurro.
Sulla parete Est si apre un condotto (anch’esso impostato in direzione N-S) che risale per circa 15 m: alla sua sommità pare possibile una prosecuzione; sulle pareti sono molto evidenti le morfologie corrosive da acidi forti (acido solforico derivante dalla ossidazione dei giacimenti a polisolfuri) che hanno anche conferito colorazioni rossastre e brunastre molto intense dovute a probabili ossidi di ferro e manganese. Il salone di base si presenta di forma grossolanamente, triangolare con vertice rivolto a NE; ha uno sviluppo longitudinale di circa 60 metri con larghezza sui 20 e con la volta che si eleva fino a oltre 20 metri.

Cumuli di materiali sterili occupano grandi porzioni del pavimento, che si presenta pianeggiante e costituito da un notevole spessore di argille costipate, con strutture di essiccazione poligonali (mud creeks), prova certa della esistenza passata di un bacino d’acqua, prosciugatosi a causa dell’approfondimento dei lavori minerari.
Nonostante l’evidentissima antropizzazione che ha in parte distrutto le concrezioni e le mineralizzazioni secondarie presenti, nella sala sono ancora presenti pregevoli formazioni.
Tra queste possono essere citati cristalli di aragonite aciculare di colore bianco traslucido e, nella parete NW, una colata di comune calcite, ma sotto la quale sono evidentissimi macrocristalli (dell’ordine di qualche decimetro) scalenoedrici sempre di calcite, che testimoniano una precedente fase evolutiva della grotta, fase probabilmente termale.
Sull’estremità NE è presente un potente deposito stalattitico e stalagmitico di colore grigio perla che è stato riconosciuto costituito da “Emimorfite” e legato probabilmente a fenomeni di dissoluzioni delle quarziti esterne e conseguenti concrezionamenti.
La grotta ha la sua naturale prosecuzione nell’apice Nord della sala, attraverso un condotto carsico ampliato da lavorazioni minerarie (si tratta delle gallerie del livello 150 che qui hanno intersecato la cavità sul finire del 1800), che conduce ad uno stretto ed alto meandro impostato su frattura E-W, il cui fondo è purtroppo occluso da materiale sterile accumulatovi durante lo scavo della galleria, e che pone la parola fine alla grotta.

Crovassa Quarziti - Foto Ivan Licheri

CROVASSA RICCHI ARGENTO

Anche questa grotta rappresenta un vero archivio delle particolarità delle grotte di miniera, la cavità rappresenta la parte basale del cantiere “Grotta Grande”, che ha un ingresso esterno intorno a quota 370 m slm e si è sviluppata fino a al livello 150. I lavori di coltivazione hanno seguito in profondità il paleokarst, ed hanno tranciato longitudinalmente, in direzione E-W e lungo la parete S, la grotta in oggetto.

Alla cavità si arriva dalla galleria Idina, (liv.150) settore “ricchi argento”, che entra direttamente nel vuoto di coltivazione rimasto dai lavori di abbattimento della parte mineralizzata. Per accedere alla cavità occorre risalire il fianco di un accumulo di argille rosse, potenti oltre la decina di metri, la parte sommitale del cumulo è rappresentato da un crostone stalagmitico che risulta essere il pavimento della grande sala, l’orizzontalità del cumulo e del crostone denota che c’è stata la presenza di un bacino d’acqua. La grotta si presenta come un grande salone ascendente in direzione E, con forma planimetrica a triangolo isoscele con vertice rivolto a N e base orientata E-W. Le dimensioni di lunghezza sono di circa 50 metri ed altrettanti sono di larghezza, mentre la volta è intorno ai 10 metri; nella grotta insistono tutta una sequenza di speleotemi ascrivibili a fasi successive.

Le pareti della parte bassa, di colore molto scuro, presentano cupole di corrosione molto incise e hanno vaste porzioni ricoperte da colate aragonitiche di neoformazione. La salita che conduce alla parte alta è composta da colate di argilla ben consolidata, mentre sono presenti grandi edifici stalagmitici che presentano grossi cristalli scelenoedrici di calcite fortemente cariati da successivi meccanismi corrosivi. Nella parte alta, sulla volta, si notano delle grandi concrezioni gluteiformi, di colore molto scuro, che testimoniano antiche fasi freatiche; mentre nelle pareti si possono notare dei bellissimi fantasmi di scalenoedri calcitici di colore rossastro corrosi ed appiattiti sulle pareti. La grotta chiude in un condotto, che sovrasta il vuoto di coltivazione, diretto a Sud con forme corrosive parietali molto plastiche ed addolcite.

Crovassa Ricchi in Argento - Foto Ivan Licheri

CROVASSA AZZURRA

La cavità in questione è stata intercettata dai lavori di ripresa della galleria Pelloggio (218 m slm) situata alla base di una parete verticale di calcare coroide, nel settore nord-occidentale del rilievo, intorno a metà degli anni 60. Il nome della grotta denota la sua caratteristica principale, si tratta infatti di una classica “crevas”, ma completamente ricoperta da concrezioni di aragonite azzurra, questo fatto ha però rappresentato l’oggetto del suo stato attuale; infatti, la cavità si presenta completamente spogliata delle infiorescenze aragonitiche che la caratterizzavano.

La grotta è costituita da due ambienti posti il primo, sopra sul livello della galleria ed il secondo posto una decina di metri più in basso, il condotto di collegamento è stato tranciato dallo scavo della galleria che ha diviso la cavità in due parti. La parte superiore è costituita da un’ambiente di forma rettangolare, lungo circa 10 metri per una larghezza di 8 metri, la volta si eleva fino ad oltre la quindicina di metri; le pareti sono ricoperte da spesse colate di aragonite azzurra, purtroppo notevolmente deturpate dalla mano dei collezionisti che la hanno completamente spogliata.

Alla parte inferiore si accede da un pozzo posto sul piano della galleria che, attraverso una discesa di oltre 10 metri, conduce ad una salette di forma irregolare, lunga circa 15 metri per 8 di larghezza; in questa sala erano presenti splendide aragoniti azzurre aciculari e coralloidi, che sono state completamente spogliate. Le pareti sono quasi completamente ricoperte da imponenti colate di aragonite azzurra massiva, purtroppo smartellate anch’esse; l’ambiente è discendente in direzione Sud dove, però, un conoide detritico di sterili va a chiudere su un piccolo bacino d’acqua. In questa ultima porzione di grotta si riscontrano ampie superfici di pareti cristallizzate con calciti a dente di cane della lunghezza di 7-8 cm. Come già osservato questa cavità doveva essere decisamente splendida, ma si è del parere che ancora oggi, con pochi interventi si può conservare questo bellissimo esempio di “crovassa”.

Crovassa Azzurra Sala inferiore

CROVASSA SERPI (Crevas 182)

Questa grotta è stata intercettata dai lavori di sviluppo del cantiere Contatto e più precisamente dallo scavo della galleria 195, la stessa da cui si è staccato il fornello che ha intercettato la famosa grotta di Santa Barbara. La cosa che rende singolare la grotta è che stata intercettata in senso longitudinale e lungo la direzione del giacimento ed è stata utilizzata come galleria naturale, tanto che lungo il suo percorso si notano evidenti i luoghi di sosta, i luoghi di scarico del carburo esausto.

La galleria in oggetto era una galleria “in direzione” cioè tracciata lungo lo sviluppo del giacimento, al fine di delimitarne la geometria. Era abbastanza usuale, nelle miniere della soc. Pertusola, che le gallerie in direzione non fossero rettilinee, ma bensì seguivano la mineralizzazione spostandosi dall’asse longitudinale fino a lambire le salbande del “filone”; in questa maniera si aveva un controllo geometrico della potenza della mineralizzazione
Alla cavità, oggi, si accede da un’imbocco di galleria aprentesi in una zona di subsidenza causata dai lavori di coltivazione del “contatto”; in prossimità del livello Albert 225 m slm, nel versante settentrionale del rilievo.
Dall’imbocco, attraverso una discesa di circa 30 metri gradonata artificialmente, si arriva alla grotta che è costituita da una sequenza di ambienti che sviluppano in discesa lungo la direzione SW- NE, la stessa della mineralizzazione; il percorso è comunque notevolmente adattato artificialmente dai lavori minerari.
Lo sviluppo della cavità è intorno ai 200 metri di lunghezza con larghezze variabili dal metro fino ad oltre 12 metri, la volta è variabile dai 2 metri fino ai venti metri; a circa metà percorso si incontra un salto verticale di circa 15 metri che immette in un ambiente ampliato artificialmente dai lavori di coltivazione, che non hanno risparmiato la grotta laddove era presente mineralizzazione.

Dalle sezioni trasversali si riconoscono gli originari condotti tubolari, che insieme alla presenza di concrezioni gluteiformi, testimoniano un’antica fase freatica, questa fase è stata seguita da una successiva fase vadosa che ha determinato un intenso concrezionamento che maschera notevolmente le forme originarie; gli speleotemi sono rappresentati da una vasta gamma policromica che va da potenti colate ad esili aragoniti e, sorprendentemente, non presentano segni vistosi di danneggiamento.
La grotta va a chiudere in un ambiente che doveva insistere su zone mineralizzate, tanto che la cavità termina un ambiente che risulta essere la parte superiore di un vuoto di coltivazione che si perde verso il basso.
La grotta è impostata, sostanzialmente, nella stessa maniera, infatti laddove si nota la roccia nuda si nota il calcare coroide sul lato S mentre su quello Nord si nota la dolomia gialla geodica, marker di zona mineralizzata.
La cavità è allineata, in direzione, con la grotta di Santa Barbara, da cui dista poco meno di cento metri; è verosimile ipotizzare che la grotta in oggetto facesse parte del sistema Santa Barbara-Santa Barbara 2 e che i potenti concrezionamenti ne hanno interrotto la continuità.

Crovassa Serpi - Foto Vittorio Crobu

Conclusioni

Le esplorazioni ed i rilievi effettuati in queste cavità naturali hanno permesso di verificare la stretta interconnessione esistente fra giacimento minerario e grotta, il cui confine è davvero effimero. Spesso, infatti, le grotte sono veri e propri paleokarst successivamente riempiti dalla mineralizzazione, riportati alla luce dalla mano dell’uomo nella sua continua ricerca di mineralizzazioni utili.

Allo stato attuale si possono già tracciare le sintesi dell’evoluzione di insieme dei sistemi carsici e dei meccanismi speleogenitici, minerogenetici e paleoclimatici.
Le Indagini morfologiche dettagliate e le osservazioni, insieme ad alcuni reperti mineralogici, nel Monte e nella miniera di San Giovanni, ha consentito una comprensione almeno parziale della complessa storia speleogenetica di questo rilievo calcareo/dolomitico del Cambriano.
La formazione di grotte aveva già iniziato durante il Cambriano, portando alla formazione di importanti giacimenti minerari, e anche alla creazione di vuoti naturali che in seguito non furono mai completamente riempiti e sigillati, consentendo ai successivi cicli carsici di rielaborare i preesistenti vuoti.

Sembra che alcune delle grandi grotte, ancora accessibili oggi, si fossero già formate durante il Carbonifero. Una buona parte delle grotte sono di sicura origine ipogenica, a causa dell’azione delle acque termali la cui acidità deriva in gran parte l’ossidazione dei solfuri nei calcari del Cambriano. La loro forma generale di ambienti isolati, alcune mesomorfologie e micromorfologie (capacità di ossidazione, scie di bolle, megascallops, cupole, ecc.) insieme alla mancanza generale delle tipiche caratteristiche epigeniche di corrosione ed erosione e sedimenti, sono chiara testimonianza dell’origine ipogenica. L’ assenza di gesso, che sicuramente deve essere stato prodotto per reazione tra l’acido solforico generato dall’ossidazione dei solfuri e della roccia carbonatica ospite viene facilmente spiegato dal fatto che si dissolveva continuamente, soprattutto durante la lunga fase epigenica che seguì il periodo di maggiore formazione carsica, e venne dunque cancellato per via corrosiva.

L’esplorazione speleologica del Monte San Giovanni ha quindi messo in evidenza l’esistenza di un elevato numero di cavità carsiche prive di sbocchi naturali all’esterno e raggiungibili quindi solo attraverso le gallerie minerarie che, nei secoli di scavi, le hanno intersecate. Questo permette di apprezzare in misura molto più approfondita l’indice di carsificazione reale della zona che risulta essere molto superiore di quello che i pochi ingressi superficiali facciano dedurre

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Il testi di Speleologia della miniera di San Giovanni sono stati estratti e revisionati da “Messina M, Naseddu A, Papinuto S, Sanna F, Sotgia S, Forti P, De Waele J. 2005. Le esplorazioni speleologiche della miniera di San Giovanni: prime sintesi. Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia 17: 67–84.”

L’immagine della pagina è di Vittorio Crobu