Testimonianze

I villaggi spontanei

Sulle aggregazioni spontanee esistono diverse testimonianze storiche che ben descrivono il grave stato di precarietà in cui vivevano i minatori.

Francesco Manconi
“Le precarie condizioni di vita dei minatori emergevano inoltre in modo impietoso quando si esaminava la situazione abitativa. Le case abitate dagli operai e dalle loro famiglie, spesso costruite da loro stessi, erano piccoli alloggi in muratura, malsani, caratterizzati da ristrettezza degli ambienti, fatiscenza, mancanza di pavimentazione, talvolta di finestre, scarsa pulizia. 

Alle condizioni di precarietà delle abitazioni corrispondevano condizioni altrettanto precarie dei villaggi minerari, venuti su in modo irregolare e casuale nel momento in cui una miniera diventava produttiva, con strade spesso impraticabili, mancanza di canali di scarico, fognature, acquedotti, senza servizi se non nei villaggi più importanti, dove in genere vi erano oltre la direzione della miniera le abitazioni per i dirigenti e per gli impiegati, la chiesa, l’ospedale in alcuni casi”.


"Le condizioni pessime di igiene erano evidenti, anche in misura maggiore, nei cameroni costruiti dalle società per i minatori scapoli, che vi dormivano in brande o anche in giacigli".

Gabriele D’Annunzio
“Fra quei coni di frasche e di fango, c’è un brulicame umano. Escono quasi carponi dalle strette aperture, come Esquimesi di sotto il ghiaccio: sono uomini pieni di cenci e di sudiciume, dal viso terreo, con gli occhi arrossati nel tormento delle polvere, con i capelli incolti; …sono bimbi rachitici, col viso per lo più chiazzato di croste, con gli stinchi fiacchi, senza un lampo ilare nella pupilla, senza uno strillo di gioia in bocca, senza un impeto libero in cuore.

Gente per cui il senso della vita è angoscioso, costretta a estenuarsi i polmoni nell’aria attossicata delle gallerie, frangersi le braccia contro la pietra, a dormire poi sulla terra umida, senza strame, sotto le travi nere di fumo….<br>Escono dal buio della miniera, come ombre, e rientrano nel buio della casa, attraversando ebeti quel tratto di sole e di verde senza emettere più ampio il respiro”.




"Fra quei coni di frasche e di fango, c’è un brulicame umano".

Quintino Sella
“I minatori continentali non conducono mai, o quasi mai, le loro mogli nell’isola, e quelli stessi dell’isola generalmente non portano le loro famiglie alle miniere. Vanno i ragazzi e le ragazze alle laverie; ma se queste distano dai villaggi così che la sera non vi possano tornare malamente, si alloggiano presso le miniere codesti operai, i quali vi stanno e vi si considerano come accampati, non come abitatori.

E’ sconfortante spettacolo lo scorgere più centinaia di operai raccolti attorno a una miniera, e il terreno circostante alle case o capanne ivi erette sterile e denudato. Sono indicibili gli inconvenienti che nascono da questo stato di cose: per le miniere si ha una grande spesa nell’approvvigionamento degli oggetti di consumo dei quali le miniere stesse od il relativo personale abbisognano, dovendosi far venire da villaggi talvolta lontani gli oggetti anche più comuni”.


“Si direbbe che gli addetti all’industria mineraria considerino le miniere e i connessi stabilimenti come un’occupazione temporanea e pericolosa, da cui ritirare nel minor tempo possibile e il maggior lucro che si possa, onde andarsene al più presto".

Maria Stella Rollandi
“Nei primi tempi molti operai si erano costruiti delle casette in prossimità del posto di lavoro. In seguito le amministrazioni impedirono l’estendersi di questo fenomeno e acquistarono gli alloggi esistenti.

La vita lì era bestiale, sub-umana. Con brande, pagliericci, casse di stracci su cui questa povera gente la notte si ammassava per riposare. Talvolta bisognava pagare pure per poter trovare ricovero in queste baracche (…) A San Giovanni gli scapoli erano ricoverati gratuitamente in cameroni mentre le famiglie potevano affittare le casette a lire 2 mensili per stanza”.

"Chi non riusciva a sistemarsi in questo modo, era costretto al ricatto degli alti prezzi delle case private per di più in stato ancor peggiore di quelle appartenenti alle Amministrazioni”.

La vita nei villaggi minerari

“Nei giorni 27 e 28 (giugno 1918) gli operai si sono astenuti dal lavoro, per seguire il movimento che si era già sviluppato in tutte le miniere limitrofe".

Pietro Stefani
“E’ una conseguenza del come è distribuita la nostra popolazione operaia. Un terzo di essa abita in miniera, un terzo a Iglesias e l’altro a Gonnesa. Quelli che dimorano in questi due centri si trovano in assoluta minoranza di fronte agli operai delle altre miniere e che vivono nello stesso paese; per cui ne debbono subire la corrente e spesso l’imposizione.

Da ciò anche deriva, quindi, il bisogno di altre case operaie in miniera, e solo quando ne avremo un numero sufficiente potremo contare su una maggioranza più affezionata e più seria.
Nel mese di luglio (1918) si è ultimata una piccola casa di due stanze, utilizzando il casotto del freno del piano inclinato degli sterili di laveria vecchia esaurendo così il programma di adattamento dei fabbricati che componevano quella laveria. Abbiamo ora iniziato lo sterro per la nuova casa operaia autorizzata che sorgerà presso l’ultima casa costruita per scapoli nel canale di Sant’Antonio”.

"Naturalmente anche al nostro sciopero è stato poi dato dagli operai il movente economico. E’ un fatto, che da qualche anno la nostra miniera non ha più l’iniziativa degli scioperi ma deve seguire quelli delle miniere vicine".

Gli edifici

“Febbraio 1918. Sono presto ultimate le case operai di laveria vecchia dove utilizzammo la stanza del motore della macinazione, e l’altra sopra l’ambulatorio per l’infermiere".

Pietro Stefani
“Sopra il gruppo delle tre case per scapoli a Sant’Antonio abbiamo scavato 10 metri di galleria, che ora andiamo a murare ed avremo così un discreto deposito ove invieremo, con una condotta, l’acqua pompata da Taylor. Nel mese di giugno 1918 si è dovuta fabbricare una casetta di legno per la scorta italiana ai prigionieri di guerra (…).

Agosto 1918 – Nell’interno si sono potuti avviare bene, con l’incentivo di premi, alcuni prigionieri di guerra al lavoro con i martelli ad aria compressa; ciò che ci ha dato un grande aiuto, tanto più che continuano sempre le molte assenze di operai per malattia”.

“Coll’aumento dei lavori aumenteranno gli operai, e conseguentemente dovrà essere continuato colla massima attività il programma della costruzione delle case operaie, anche per avere sul posto una popolazione operaia stabile”.

(Riccardo Sanna - 1918)

Finalmente una casa

 

Racconto breve di Gabriele Vargiu

Nel 1972 la piccola casa di Bindua, costruita da mio nonno su un terreno concesso dalla Società Pertusola a pochi metri dalla miniera dove lavorava, era ormai inabitabile. Il tetto lasciava passare la pioggia, e ricordo bene i recipienti sistemati sul pavimento per raccogliere le gocce che filtravano dalla copertura rovinata. Non avevamo un bagno interno, solo un angusto, buio e minuscolo edificio in cortile, rendendo le operazioni di igiene personale difficili e scomode. Mio padre si lavava direttamente in miniera, mentre noi ci facevamo un bagno una volta a settimana, solitamente il sabato sera, per essere puliti alla messa della domenica. Senza acqua calda, lavarsi era complicato: mia madre scaldava l’acqua in un pentolone e la versava in una bacinella di metallo, la nostra “Jacuzzi”. A peggiorare le cose, c’era un pozzo morto nelle vicinanze che d’estate rendeva l’aria irrespirabile.
“Paolo,” disse mia madre “questa casa è ormai una ‘baracca’; sembra più un recinto per animali. I bambini hanno bisogno di un posto più confortevole dove vivere. Potresti chiedere alla società se ha qualche edificio disponibile per trasferirci?” Mio padre seguì il consiglio e presentò alla Piombo Zincifera una domanda per una casa.
Un giorno, durante il turno mattutino, il sorvegliante chiamò mio padre: “Paolo, a fine turno vai in amministrazione, hanno delle comunicazioni per te.” Tornato a casa, annunciò entusiasta: “Titti, ci hanno concesso una casa a Normann! Devi vederla, è bellissima.”
Si trattava di una casa nel villaggio della direzione, dove vivevano solo il direttore, i dirigenti e i capi servizio della miniera. Fino a pochi anni prima, quel posto era inaccessibile ai minatori, ma con il cambio di proprietà e il crollo delle barriere di classe, anche noi potevamo finalmente varcare le porte di Normann. Il villaggio, costruito sulle pendici occidentali del monte San Giovanni, era immerso nella pineta, tra alberi altissimi, con una vista spettacolare sul mare e tramonti indimenticabili. La casa era nuova, dotata di acqua corrente calda, un tetto perfetto, un bel camino e persino il telefono. Il salto di qualità era notevole: avevo nuovi amici, e per noi ragazzi quel luogo, che mio padre ribattezzò il “Nido d’Aquila,” divenne un enorme parco giochi.
Nonostante tutto, però, mia madre non riuscì mai ad ambientarsi completamente al villaggio della direzione. Il suo cuore era rimasto a Bindua, dove aveva la sua grande famiglia allargata, i frati, e le lunghe chiacchierate con il vicinato.
Casa del direttore (foto di Gabriele Vargiu)

Nonna Silvana e le case operaie

Racconto breve di Jessica Saba

Nonna era delle Case Operaie, un posto in cui il tempo pareva non scorrere mai. Quelle abitazioni tutte uguali e poste a schiera erano state costruite dalla Società Monteponi per le famiglie dei minatori, una classe che, con molta fatica ma infinita tenacia, ci ha insegnato il valore del sacrificio per portare a casa il pane e l’importanza della lotta per i diritti dei lavoratori, anche a costo della vita.
I figli dei minatori non avevano tanto, ma erano davvero in tanti. Si passava da un minimo di cinque figli per arrivare ad almeno il doppio, se non di più: mentre i padri scavavano la roccia dura della miniera, perdendo piano piano la loro salute dentro la cava, le madri si prendevano cura di tutto, anche quando quei mariti se ne andavano prematuramente per colpa della silicosi.
Nei pomeriggi delle stagioni più calde rimbombavano fino al monte le voci dei bambini di tutte le età. Come una grande famiglia fatta di tanti cugini non di sangue ma legati da un grande senso di appartenenza, passavano il tempo a rincorrersi lungo le vie del quartiere soprannominato “Paraguay”, nascondersi nei giardinetti in attesa di un “Bara libera tutti!”, contendersi i giornalini con una sfida a biglie, cercare le pietre migliori per giocare a biccus oppure per grattarle al muro e preparare la farina da vendere durante il gioco del mercato.
Nonostante i figli dei minatori fossero poi cresciuti, le urla dei bambini hanno risuonato per tutti gli anni ’90. A prendere il loro posto noi nipoti che abbiamo avuto l’enorme fortuna di respirare quell’aria di felicità, sentendoci parte di una vera e propria famiglia allargata composta dagli abitanti del vicinato. Mentre le nonne stavano fuori a prendere il fresco e chiacchierare, chi seduta sui cuscini poggiati nei pianerottoli e chi sulla sedia pieghevole portata da casa, noi sfrecciavamo in bicicletta, giocavamo ai giochi di un tempo e aspettavamo l’ora del gelato, pronti a ricevere le monete che ci raccomandavano sempre di non perdere, così noi le stringevamo talmente forte da ritrovarci i segni delle 500 lire nei palmi.
Di quei marciapiedi conosco a memoria ogni buco, studiato alla perfezione perché doveva contenere le minestre fatte di terra, semini e foglie tritate, e non tutti si prestavano perfettamente all’opera. Nella strada del rientro da scuola, con mia cugina raccoglievamo i pinoli davanti all’ospedale per poi aprirli, sedute sui gradini della piazzetta, con secchi colpi di pietra i quali talvolta ne distruggevano il contenuto dimezzando il bottino. Dopo pranzo andavo alla ricerca delle cucciolate dei gattini sperando di poterne portare a casa qualcuno, nel pomeriggio inoltrato aspettavo con ansia il momento del panino e se mancava qualche ingrediente, nessun problema, bastava andare dalla vicina di casa e ci avrebbe pensato lei a preparare la merenda per quella che veniva considerata una vera e propria nipote acquisita.
Crescendo abbiamo visto i volti di quelle nonne e di quei nonni riempirsi di rughe, i loro capelli diventare sempre più bianchi ma nonostante lo scorrere degli anni penso che nessun figlio o nipote sia mai stato pronto a veder andare via, piano piano, i protagonisti più anziani di questa storia.
Così è successo anche a te nonna Silvana e non so quanto ci vorrà ad accettare di non vederti più affacciata a quella finestra che fungeva da vedetta, aspettando il mio arrivo. Intanto terrò stretto ogni ricordo, sperando che nel tempo ognuno di questi vada a riempire il grande vuoto che hai lasciato.
Case operaie della società Monteponi, note "Paraguay" (foto Archivio Storico Comunale Iglesias)

Su cabonisku (il gallo)

Racconto breve di Gabriele Vargiu

Mio padre si ambientò subito nel villaggio di Normann. La natura era parte della sua anima, e quel luogo sembrava fatto apposta per lui. La nostra casa aveva tutte le comodità che una famiglia potesse desiderare, ma il vero tesoro era il pezzo di terra intorno ad essa, un piccolo angolo di mondo che poteva trasformarsi in un giardino rigoglioso, pieno di ortaggi e fiori dai mille colori.
Sul lato est, proprio dove la casa confinava con la pineta, si apriva uno spazio perfetto per realizzare tutto questo. Da lì partiva un sentierino in salita che attraversava la pineta e conduceva alla strada sterrata principale. Quel passaggio ci permetteva di tagliare il percorso per la cantina e la fermata del bus, un piccolo vantaggio quotidiano che rendeva la vita più semplice.
La prima cosa che mio padre costruì fu un’altalena, proprio su un terrapieno accanto alla casa. In poco tempo divenne il punto di ritrovo per tutti i bambini del villaggio. Poi iniziò a plasmare il terreno sottostante, un rettangolo parallelo alla facciata est della casa. Lo recintò in due parti: la zona più alta divenne un piccolo allevamento di animali da cortile, mentre quella più bassa fu destinata all’orto. Ovunque ci fosse spazio, piantò fiori e alberi da frutto, fino a trasformare quello che era un terreno incolto in un vero paradiso mediterraneo.
Tutto ciò che serviva per costruire quel piccolo regno verde non veniva acquistato, ma recuperato. Mio padre, come molti minatori, sapeva quanto fosse prezioso il materiale di scarto delle miniere. Vecchi tubi, reti metalliche, fil di ferro da mina, fioretti di perforazione: tutto poteva avere una seconda vita. Con quelle risorse costruì la recinzione dell’orto, le gabbie per i conigli e il ricovero per il pollame.
Ricordo ancora l’emozione quando Paolo arrivava con scatole di cartone da cui proveniva un allegro pigolio: dentro c’erano i pulcini. Era una festa! I piccoli volatili correvano dappertutto, riempiendo la casa di vita.
La mattina raccoglievo le uova fresche, coglievo qualche limone e mi preparavo una colazione speciale: un tuorlo d’uovo montato con zucchero e qualche goccia di limone poi magari andavo a cercare le erbe che mio padre mi aveva insegnato a riconoscere, quelle che i conigli apprezzavano di più.
Passavo ore a giocare con le galline, ma la vera star del pollaio era lui: Su Cabonisku, il nostro gallo.
Non era un semplice gallo, era un re. Grande, con penne variopinte dai colori sgargianti, una cresta imponente, bargigli rosso fuoco e una coda nera cangiante. Ma soprattutto, aveva degli speroni enormi e un carattere fiero. Difendeva il suo harem di galline con determinazione e non tollerava estranei. Solo io e mio padre potevamo entrare nel pollaio senza rischiare un’aggressione.
La vita in famiglia seguiva i ritmi del lavoro di mio padre. Chi cresce in una casa con un minatore impara presto il valore del silenzio. I turni massacranti lo costringevano a dormire in orari in cui noi bambini avremmo voluto giocare. Così, spesso mi allontanavo nel bosco, dove la pineta diventava il mio regno segreto.
Ma quando ero a casa, il mio passatempo preferito era proprio Su Cabonisku. Aveva un solo difetto: la sua sveglia biologica era del tutto sfasata. Cantava quando gli pareva. Giorno, notte, alba, tramonto. Sembrava avesse sempre qualcosa da raccontare al mondo.
Il problema era che quel suo entusiasmo non era apprezzato dai vicini, né tantomeno da mio padre, che dopo notti insonni per i turni di lavoro, avrebbe avuto bisogno di riposo. Le lamentele iniziarono ad arrivare.
Un giorno, tornando da scuola, affamato come sempre, entrai in casa e chiesi a mia madre:
— Mamma, mamma, cosa hai preparato oggi?
— Gabri, pollo al sugo.
— Che buono!
Mangiato il pranzo, corsi fuori per giocare con il mio gallo preferito. Arrivato al pollaio, però, qualcosa non tornava.
Non c’era.
Lo chiamai, lo cercai dappertutto. Su Cabonisku era sparito.
All’improvviso, la voce di mia madre mi riportò alla realtà.
— Gabrielino, quel gallo faceva troppo chiasso. I vicini si lamentavano, disturbava il sonno di tuo padre… e così… lui l’ha ucciso.
Rimasi impietrito. Quello non era solo un gallo. Era il mio amico.
Mi sentii tradito, arrabbiato, ferito.
Per un mese intero non rivolsi la parola a mio padre. Non potevo perdonarlo. Non ancora.
Ma, nel tempo, ho capito. Ho capito il sacrificio, la fatica, la necessità di mantenere l’equilibrio tra il lavoro, la famiglia e la comunità.
Eppure, ancora oggi, se chiudo gli occhi e ripenso a quei giorni, sento il canto di Su Cabonisku. Un canto ribelle, libero.
E sorrido.

Villaggio Normann visto dal Monte Arbu (Foto di Gabriele Vargiu)